Asciuttissimi
L'assorbenza made
in franchising.
Asciuttissimi è il nuovo progetto di retail europeo che porta al consumatore finale la qualità della farmacia a prezzi da grande distribuzione.
logo
Via del progresso, 16 - 35129 Padova- Italy
Email: info@asciuttissimi.it
Telefono: +39 049 79 66 432
Fax: +39 049 82 52 851
Search here:

Blog

Home > Blog Asciuttissimi  > Consigli Utili  > Il Psa (test per lo screening sul cancro alla prostata): funziona davvero?

Vi proponiamo l’articolo di un medico, nutrizionista, Gino Caletti, che da venticinque anni lavora sugli istati infiammatori e sulle loro cause. E la cui dieta è a tutti gli effetti un ottimo inibitore degli stati cancerogeni.

In uno studio europeo condotto su 182.000 uomini, si è dimostrato che lo screening col PSA ha sì ridotto la mortalità totale, ma anche stabilito che per salvare la vita ad un paziente, ben 48 uomini devono essere trattati con interventi più o meno invasivi, totalmente inutili e che possono altresì alterare in negativo la qualità della loro vita (5,6). Questi problemi comprendono impotenza, incontinenza, ingrossamento del seno e sanguinamento rettale. Non sono dati da poco. Vediamo da dove arrivano queste deduzioni e da chi. L’ideatore del PSA, il test per monitorare il cancro alla prostata, lo ha definito “una catastrofe enormemente costosa per la pubblica salute”. Eppure, le modalità di effettuare lo screening per il cancro alla prostata non cambiano.

A puntare l’attenzione sul tema è Gino Caletti, medico chirurgo nutrizionista nonché fautore di una dieta antinfiammatoria da considerarsi anti cancro a tutti gli effetti. In un articolo pubblicato sul New York Times, lo scopritore stesso dell’antigene prostatico (un enzima che la prostata produce), il Dr. Richard Ablin, con parole piuttosto forti afferma che, nonostante sia previsto uno stanziamento annuale del Governo Americano di 3 miliardi di dollari per lo screening precoce del cancro della prostata, il test non risulta essere certamente più efficace del lancio di una moneta. Secondo lo studioso, infatti, un banale ‘testa o croce’ garantirebbe una percentuale di previsioni corrette pari a quelle del test sul PSA.

Per Ablin, il test non rileva la presenza di cancro alla prostata, dato che arriva a mostrare soltanto la quantità di antigene prostatico che un uomo ha nel suo sangue: “Infezioni, l’assunzione di certi farmaci come l’ibuprofene (un FANS) e l’ipertrofia prostatica benigna possono elevare i livelli del PSA, ma nessuno di questi fattori porta con sé segnali premonitori di cancro. Mentre uomini con valori bassi di PSA possono covare cancri pericolosi, quelli con valori elevati possono essere completamente sani“. Se si considera che la FDA americana ha approvato il test basandosi sul fatto che questo rileva il 3,8% di cancri in più rispetto all’indagine ecografica rettale, il commento del Dr Ablin, “Un veggente potrebbe fare di meglio!”, è più che comprensibile. Il vero problema, tuttavia, è che, anche quando viene rilevato un cancro dopo la positività al test, la mortalità non migliora affatto. Nel 2008, la United States Preventive Services Task Force (USPSTF) raccomandava di sospendere il test agli uomini sopra i 75 anni, mentre si asteneva dal dare raccomandazioni per i pazienti più giovani, a causa della mancanza di dati certi.

Nel documento si motivava questo consiglio affermando che la maggior parte dei tumori alla prostata ha una crescita lenta, fatto particolarmente vero per gli uomini più anziani. Gli over 75 hanno, insomma, pochissime probabilità che sia il tumore della prostata a condurli alla morte entro 10 o 20 anni dalla scoperta, e le stesse che arrivino a sperimentarne i sintomi, persino senza essere minimamente trattati. Gli studi mostrano, infatti, che circa il 44% di tutti i casi identificati di cancro alla prostata sono in uno stadio di malattia che non incide sull’aspettativa di vita.

Nonostante ciò, un uomo su tre di età superiore a 75 anni viene sottoposto allo screening e, se positivo, ulteriormente indagato (biopsia) e incanalato verso trattamenti (chemioterapia e radioterapia) che, oltre ad essere debilitanti e dolorosi, sono soprattutto inutili per l’aspettativa di vita del paziente. Anche per gli uomini più giovani il test sul PSA ha ormai mostrato un’utilità quantomeno discutibile, stando a quanto affermato dalla stessa United States Preventive Services Task Force (USPSTF) nel documento “Final Recommendation Statement Prostate Cancer: Screening, May 2012”, che, quattro anni dopo il precedente documento, ne sconsiglia decisamente l’effettuazione. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute dal Dipartimento degli Affari dei Veterani nell’agosto del 2009, “(…) dall’entrata in vigore del test sul PSA, la diagnosi di carcinoma della prostata è aumentata significativamente, ma molti di questi casi, alla prova di ulteriori indagini, non erano riferibili a cancro”. Stando alla più ottimistica delle valutazioni dei ricercatori, l’uso del test e degli ulteriori interventi terapeutici hanno portato ad una diagnosi di cancro in 20 uomini che altrimenti non sarebbero stati scoperti. Uno solo di essi ha però realmente vissuto più a lungo grazie al test e ai trattamenti (chirurgia, chemioterapia e radioterapia). Nel periodo analizzato (1986-2005), ben un milione di casi di cancro diagnosticati non ha portato a benefici in termini di sopravvivenza; le dichiarazioni del dottor Gilbert Welch della Dartmouth University, a riguardo, sono state le seguenti: “Per ogni uomo che evita la morte per cancro della prostata grazie allo screening col PSA, circa 50 uomini devono essere trattati inutilmente – e un terzo di questi uomini hanno seri problemi dopo i (numerosi, aggressivi, n.d.r.) trattamenti”.

L’American Cancer Society ha, nonostante queste evidenze, confermato la necessità del test anche nei soggetti anziani, fatto alquanto sorprendente, visto che nelle linee guida della stessa Società viene citato uno studio  condotto su 76.693 uomini, che dimostra che il PSA annuale e l’esplorazione rettale non aumentano l’aspettativa di vita al follow up a dieci anni . Il Dr Otis Brawley, l’ufficiale medico capo della American Cancer Society, riferendosi ai due studi sopra citati, li definisce “alcuni degli studi più importanti nella storia della salute degli uomini”, ritiene che i dati riportati debbano essere attentamente valutati ed afferma che “(…) i benefici del test sul PSA sono nella migliore delle ipotesi modesti, mentre gli effetti collaterali sono più importanti di qualsiasi altro test di screening sul cancro”.

Tornando al Dr Ablin, egli afferma che in alcuni e specifici casi il test sul PSA ha senso, per esempio quando esiste una storia famigliare della malattia, oppure per chi necessita di controllare l’insorgere di un’eventuale recidiva di un pregresso tumore, ma che ciò non può spiegare le motivazioni per le quali il test viene comunque eseguito su più di 30 milioni di uomini americani ogni anno, sponsorizzato dalle aziende farmaceutiche che contribuiscono a mantenerne alto il numero: “Non mi sarei mai immaginato che la mia scoperta risalente a quattro decenni fa avrebbe portato ad un tale, catastrofico, profitto a spese della salute pubblica.

La comunità medica deve confrontarsi con la realtà ed impedire l’utilizzo improprio dello screening del PSA. In questo modo farebbe risparmiare miliardi di dollari e milioni di interventi chirurgici inutili e terapie debilitanti”. Considerando tali dati, un importante ricercatore, il Dr Martin Sanda, direttore del Prostate Cancer Center presso il Beth Israel Deaconess Medical Center, ha valutato 342 uomini che hanno differito il trattamento proposto per almeno un anno dopo la diagnosi di cancro alla prostata. Metà di loro sono poi rimasti intrattati per quasi 8 anni, mentre l’altra metà ha optato per un trattamento della durata di circa 4 anni dopo la diagnosi.

Questi soggetti sono stati posti a confronto con coloro i quali hanno deciso di intervenire immediatamente dopo la diagnosi con i trattamenti proposti. Il Dr. Sanda, alla fine dello studio, ha dichiarato che “tra i pazienti che hanno differito o hanno evitato il trattamento, la percentuale di sopravvivenza è stata del 98 %, mentre per chi ha deciso di farsi trattare subito dopo la diagnosi, la sopravvivenza è stata del 99 %; questo ci dice che per coloro i quali non vi è stato trattamento, i problemi provocati dal loro cancro, in termini di mortalità, sono stati decisamente irrisori”. Secondo il dottor Gino Caletti, risultando il test inaccurato ed i trattamenti ad esso legati spesso inutili o addirittura molto dannosi, la comunità medica farebbe bene a concentrarsi maggiormente sulla prevenzione della malattia, piuttosto che spingere sull’esecuzione del test.